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Restituitemi il futuro

Riflessione a denti stretti sul tempo che non vivremo

Scritto da Dott. Roberto Malinconico il
Restituitemi il futuro

Parlare di trame generazionali ha un qualcosa, per me, di particolarmente inquietante. Un po' per la radice etimologica di “trama” (termine utilizzato più per il suo significato figurato “attività tortuosa e coperta, volta al conseguimento di fini poco chiari”, che non per il suo significato letterale di “filo che costituisce la parte trasversale del tessuto”, nell'industria tessile), un po' per la necessità di tracciare un percorso tra generazioni in una particolare epoca storica dove queste ultime appaiono sempre più indefinite e senza specifici contorni. Il termine generazione (dal latino generatio-onis, derivato di genus-eris “nascita”, stirpe), indica nel suo significato estensivo “l'insieme dei coetanei o dei contemporanei”, cioè quella moltitudine di persone, donne e uomini, che si trovano a condividere in un determinato, e comune tempo ed in una data area geografica, ovvero un definito spazio, linguaggi, esperienze, mode, valori, significati, ideali e modelli. Più che un codice genetico è l'interfaccia comunicativa e relazionale che caratterizza una generazione consentendo a tutti di riconoscersi e determinarsi come gruppo allargato (gruppo generazionale) con una propria ed irripetibile identità: l'unicità come distintivo della generazione di appartenenza. In questo discorso non sono contemplati i determinati fattori “intragenerazionali” che ponevano spesso su fronti contrapposti “coetanei e contemporanei” generazionali. I pacifisti che manifestavano, negli anni sessanta, davanti alla Casa Bianca contro la guerra nel Vietnam ed i loro coetanei, in quello stesso paese, impegnati a combattere, appartenevano alla stessa generazione: pur su fronti opposti, entrambi si riconoscevano nella stessa generazione, anche se spesso finivano per aderire a diverse proposte di tendenza che quella loro generazione aveva prodotto. Lo stesso ragionamento vale per i “cittadini e le cittadine” della rivoluzione francese ed i nobili coetanei ai quali in quegli anni mozzavano le teste; per gli antifascisti ed i loro coetanei fascisti, in Italia durante il ventennio di inizio secolo scorso. Il know how, cioè tutto ciò che fino ad allora è stato realizzato, ideato o, comunque, fatto conoscere. Tutto ciò che è divenuto di uso comune per l'insieme della collettività, tale, non solo da essere riconosciuto come familiare, ovvero da riconoscerlo, comunque, anche se non è poi scelto come distintivo per se in quanto gruppo o individuo. Ma quanto dura una generazione? Il discorso qui comincia ad essere particolarmente complesso. In maniera semplicistica si potrebbe dire che una generazione termina nel momento in cui un nuovo know how subentra a modificarne, in maniera significativa ed irreversibile, l'intero impianto della generazione precedente. La scoperta del fuoco, per gli uomini e le donne della preistoria, ha rappresentato il know how che ha rivoluzionato lo “stato delle cose presenti” ed avviato la nuova generazione. Una nuova generazione che non era caratterizzata unicamente dal valore funzionale della nuova scoperta, cioè dalla capacità di quella fiamma di riscaldare, di proteggere dagli assalti delle fiere, di illuminare la coltre buia delle notti e delle caverne dove i nostri antenati vivevano rifugiati. Ma essa assumeva un valore altro da quello immediatamente spendibile dai suoi possessori. Infatti, dà il via ad una serie crescente di ulteriori scoperte (dalla fusione dei metalli, alla cottura dei cibi, per es.), che, come un effetto domino, hanno portato man mano al susseguirsi di generazioni diverse. La stessa scoperta della macchina a vapore ha rappresentato il know how che ha portato al passaggio da un mondo ad un altro: i libri di storia datano addirittura l'avvio dell'era moderna come coincidente con questa scoperta. E di esempi se ne potrebbero fare molti altri ancora. Di certo il rapporto tempo/cambio generazionale non è individuabile in una costante numerica fissa che ci consente, con minor approssimazione possibile, di determinare il passaggio da una generazione all'altra. Il rapporto tempo/cambio generazionale è inversamente proporzionale alla velocità di innovazione tecnologica, e di saperi, che una società è in grado di produrre. In un percorso all'indietro nel tempo ci è possibile assistere a come ci sono voluti tempi lunghissimi, addirittura secoli, per segnare il volgere di una generazione. Ma già se ci limitiamo agli ultimi cento anni possiamo verificare anche con una memoria storica diretta, per alcuni di noi, di testimoni degli Ma cosa caratterizza, allora, una generazione? eventi- come per determinare un cambio generazionale nella generazione dei nostri nonni, occorrevano qualcosa come circa cinque, sei lustri. Quanti di noi hanno avuto modo di verificare direttamente di come, persone di una certa età, nati, ad esempio, tra le due guerre mondiali, pur avendo una diversità anagrafica notevole (anche venti e più anni), rispondevano allo stesso standard generazionale? Abbiamo detto che un cambio generazionale si verifica con il cambiamento degli indicatori di riconoscimento culturali, di costume, tecnologici, di tendenza, dei linguaggi, delle mode e di quant'altro ancora è individuabile come identificativo di gruppi di coetanei e/o contemporanei. Allora, seguendo questo percorso e queste indicazioni, ci siamo trovati ad evidenziare che un cambio generazionale, ad inizio secolo scorso, poteva richiedere, più o meno, trenta, trentacinque anni. Vale a dire che all'interno di questo arco temporale si riusciva a riscontrare una contemporaneità nella struttura della società che faceva riconoscere i nostri nonni e le nostre nonne nel modello culturale prevalente in quegli anni: essi/e avevano introiettato un “modus vivendi” che li portava a riconoscersi nello stesso modo di vestire, nella stessa musica da ascoltare, nella stessa letteratura da leggere, e così via, rivendicando come proprie tutte le scoperte della tecnologia e del sapere. Con il passare degli anni e il moltiplicarsi esponenziale delle scoperte e della tecnologia i salti generazionali si sono ridotti nella durata portandosi, via via, verso la seconda metà del secolo scorso, mediamente, intorno ai dieci anni. La sociologia industriale ha coniato il termine obsolescenza per indicare che un sistema di produzione era superato ed inadeguato a far fronte alle nuove produzioni che l'innovazione tecnologica proponeva. Questo termine è stato preso in prestito per indicare l'inadeguatezza di un modello generazionale a sostenere con efficacia le nuove tendenze culturali, di costume, tecnologiche, di linguaggi e delle mode che annunciano, quindi, inesorabilmente, l'incombere di una nuova generazione. Ma gli anni del rapporto tempo/cambio generazionale, sotto la spinta delle innovazioni tecnologiche in particolare, si sono ridotti in maniera vertiginosa: si è passato dai circa trent'anni dell'inizio secolo scorso per segnare un cambio generazionale, ai solo due (forse meno ancora) di questo inizio del terzo millennio. Come è possibile ciò? E cosa ha determinato nelle nuove generazioni un'assenza così significativa di un tempo di maturazione dei codici della contemporaneità generazionale? Proviamo a pensare al susseguirsi delle proposte della tecnologia, pensiamo all'hi tech o al mondo dei telefonini cellulari. Immaginiamoci in procinto di entrare in uno dei tanti negozi di vendita di telefoni cellulari con l'intenzione di acquistare l'ultimo ritrovato della tecnologia. Entriamo nel negozio ed il commesso di turno “tira fuori” dall'espositore l'ultimo cellulare prodotto, il meglio in circolazione e ci invita alla cassa per acquistarlo. Ebbene, proprio in quello stesso istante, la collega in turno nello stesso negozio sta sistemando nell'espositore l'ultimo modello di telefonino cellulare, appena inviato dall'azienda di produzione, addirittura ad un prezzo più vantaggioso a fronte del maggior numero di funzioni disponibili. Ma non è tutto. Nello stesso istante, presso la fabbrica di produzione di quel modello di telefonino cellulare, un nuovo modello, l'ultimo ritrovato in termini di tempo e per tecnologia, sta iniziando la nuova produzione. E già i tecnici della stessa azienda, hanno ultimato i disegni ed i calcoli di produzione per il nuovo modello che di lì a poco entrerà in produzione. Ma torniamo a noi. Siamo usciti dal negozio di telefonia cellulare con l'ultimissimo modello di telefonino in tasca e, con un pizzico di soddisfazione ci apprestiamo a mostrarlo agli amici. Abbiamo appena comprato l'ultimo ritrovato della tecnologia, in tema di telefoni cellulari, ma è un modello già vecchio: vecchio già di quattro generazioni. Ci troviamo di fronte ad una situazione di tale mutevolezza da essere difficilmente contenuta nel termine obsolescenza, fino a pochi anni addietro sufficiente a spiegare l'inadeguatezza del modello a fronte della tecnologia che stava avanzando. Si è dovuti ricorrere ad un ulteriore termine al fine di definire meglio ed in maniera specificativa la mutevole condizione: precoce. Questo aggettivo la cui etimologia, dal latino, è praecox-ocis, “che matura rapidamente”, è stato affiancato al sostantivo obsolescenza non più in grado di contenere, da solo, la mole di testimonianza informativa. Quindi l'obsolescenza, presa in prestito dalla terminologia concettuale del mondo industriale, diventa nella sociologia delle relazioni e delle dinamiche generazionali: obsolescenza precoce. Precoce non è, quindi, semplicemente una specifica migliore ad un termine importante, bensì l'ago della bilancia, che, però, ancora non definisce appieno quello che sta avvenendo. Oggi - bisogna riconoscerlo - un salto generazionale presenta caratteristiche tali di precocità da non consentire di tenere il passo con la maturazione delle esperienze, sia d'uso (non si fa in tempo ad apprendere le specificità di un prodotto, o anche le procedure di utilizzo di una data apparecchiatura, che essa è già superata e il nostro bagaglio esperenziale e di saperi deve essere nuovamente messo alla prova), che di relazione tra le persone: si verifica con sempre maggiore frequenza l'effetto stupore che colpì i nativi del continente americano alla vista di quel “cavallo di ferro sbuffante e che correva veloce e senza soste lungo la prateria”. Infatti, la rapidità tecnologica rende superati anche i modelli (leggi le modalità) di relazione tra le persone, riproponendo un fenomeno, crescente in questi nostri anni, definito analfabetismo di ritorno: contemporanei che non comunicano con le stesse tecnologie e le stesse modalità (internet, sms, mms,chat, ecc.) per l'incapacità a familiarizzare con queste tecnologie ed i nuovi apparati strumentali. Una doppia velocità che vede coetanei direzionarsi in rotte diverse ed a velocità differenti: alcuni verso il futuro, altri schiacciati su di un presente che scorre così velocemente da determinare, paradossalmente, lo stesso effetto ottico della ruota e dei suoi raggi che, più girano velocemente, più appaiono girare all'indietro. Ciò, rapportato alle dinamiche delle relazioni, determina più generazioni differenti, addirittura tra contemporanei. Qualcuno potrà obiettare: “che male c'è nel progresso tecnologico e nella velocità con cui si susseguono le innovazioni tecnologiche”? Apparentemente nulla di manifestamente pericoloso. Ma a guardare con occhi più attenti e profondi, dobbiamo cogliere tre aspetti essenziali in questo processo fino ad ora descritto: 1. tempo e apprendimento 2. apprendimento e competitività 3. competitività e disagio sociale Queste quattro componenti: tempo, apprendimento, competitività e disagio sociale sono inversamente proporzionali tra di loro. Infatti, meno tempo si dispone per apprendere il proprio know how generazionale, maggiormente diminuisce la competitività richiesta dal proprio contesto sociale per raggiungere livelli socialmente apprezzati e dati come appaganti e gratificanti. Ad una riduzione della competitività corrisponde, in maniera diametralmente opposta, una crescita delle condizioni di disagio sociale dovute direttamente alla scarsa tolleranza alla frustrazione che deriva da un mancato successo sociale fortemente ricercato. Appare evidente che il tempo, con il quale si chiude un percorso generazionale, diviene l'essenziale termometro per misurare il grado di salubrità di una generazione in relazione ad un'altra presa come riferimento. Il rincorrersi delle generazioni, come avviene oggi, vede contemporanei che mostrano poco più di un anno di differenza e che non solo faticano a riconoscersi allo stesso target generazionale, ma sono, oggettivamente, distanti anni luce per il linguaggio di riferimento, per le mode, per le tendenze e i miti. Ciò aumenta la precarietà delle nuove generazioni e la loro intrinseca fragilità di fronte alle forti pressioni che il sistema sociale, esso stesso incalzato da questo irreversibile processo di velocizzazione, pone loro. Quando ad inizio secolo scorso il cambio generazionale richiedeva diversi lustri per avverarsi, si determinava una maggiore possibilità, per le persone, di poter far fronte alle richieste della società. C'era, se così si può dire, una sorta di prova d'appello che veniva proposta ai nostri nonni alle prese con le grandi e significative svolte della propria vita. La minore rapidità del cambio generazionale, la maggiore diluizione dei tempi per raggiungere obiettivi socialmente accettati, ha posto la generazione dei nostri nonni come meno esasperatamente competitiva che non la nostra: tanti sono gli indicatori di questa situazione (riduzione dei suicidi adoloscenziali e giovanili, per esempio). Ma cosa vuol dire, concretamente, una maggiore accelerazione dei tempi generazionali? Potrebbe addirittura essere considerata come positiva la possibilità delle nuove generazioni di “crescere più in fretta”, di una opportunità che si offre di una maggiore e veloce possibilità di entrare in un più elevato numero di processi possibili. Purtroppo ritengo che le cose non stiano esattamente così.Infatti,essereaibordi dellabanchinadiunastazionee vedere sfrecciare i treni davanti a sé, non vuole significare che di questi stessi treni siamo divenuti passeggeri? Appare evidente che la possibilità di vivere più generazioni non significa essere protagonisti di quelle stesse generazioni. Ciò, è quello che, progressivamente, sta accadendo alle nuove generazioni: appartenere senza essere protagoniste del proprio tempo. Respirare senza avere piena opportunità di vivere.C'è un rischio intrinseco a questo meccanismo. Il rischio è l'incapacità a far fronte all'eccessiva velocizzazione dei processi nei cui contesti siamo calati. Le relazioni, i linguaggi, le emozioni, le conoscenze, l'apprendimento sono opportunità bruciate in tempi troppo rapidi per poter essere effettivamente vissute. Questo dover rincorrere continuamente un nuovo standard non avendo ancora consolidato quello che si sta apprendendo aumenta vertiginosamente l'esposizione delle persone al rischio del fallimento. Il meccanismo è di una semplicità estrema: più si incappa nel fallimento di un'azione e più aumenta il vissuto di incapacità nell'affrontare nuovamente la stessa azione o azioni simili. Più cresce il vissuto di incapacità nella persona e più aumenta in essa la frustrazione derivante dall'inefficacia del proprio bagaglio cognitivo ed esperenziale a trovare soluzioni a quella determinata azione. Più forte è la frustrazione cui la persona deve soggiacere, e più ancora, essa è protratta nel tempo, tanto più essa vivrà il proprio tempo altalenando momenti di rischio depressivo, con conseguente chiusura comportamentale, a momenti di immobilismo ansiogeno, a momenti di eccessiva reattività eterogena con manifestazioni di ai tanti- inspiegabile ed ingiustificabile aggressività. È sotto gli occhi ti tutti l'aumento esponenziale dei suicidi adolescenziali e giovanili; la crescita numerica degli episodi di violenza che hanno come protagonisti adolescenti e giovani adulti; l'aumento degli omicidi multipli, vere e proprie stragi, apparentemente senza alcun motivo e che hanno come protagonisti persone normalissime. È in questa chiave il tentativo di leggere l'esasperazione dei comportamenti che negli ultimi decenni hanno caratterizzato, con sempre maggiore frequenza, la cronaca nera. È in questa chiave di lettura la possibile decodifica dei drop out del terzo millennio: non più le mitiche figure dei clochard, ma persone integrate pienamente nel modello di società e che si ritrovano incapaci a fronteggiarne i repentini mutamenti e le consequenziali violentissime crisi di sistema (economico-sociali). Tutto e subito. E quel tutto è talmente insufficiente a garantire i troppi processi cui si è spettatori, tanto da creare una condizione di “ultima spiaggia” in tutte le cose che accadono ad una persona ed alle quali bisogna, in qualche modo, dare una risposta. Non sono concesse prove d'appello: o ci riesci ora o hai perso la tua occasione! Questo è il bombardamento mediatico che sta colpendo le nuove generazioni ed al tempo stesso la cultura di riferimento alla quale è stato richiesto di aderire. Il futuro è oggi. Ed è oggi che devi vivere! Togliere il futuro porta inevitabilmente ad una lotta feroce per la sopravvivenza dell'oggi. Poco spazio resta alla cultura delle solidarietà e del fare insieme, o cooperazione che si voglia. Alle nuove generazioni si presenta un futuro appiattito sulla ferocia dell'oggi all'insegna della competizione più esasperata e dell'individualismo più pericoloso. Anche gli scenari terribili della guerra, costante quotidiana e mediatica del nostro tempo, finiscono per incidere in maniera significativa sulla perdita della dimensione futura. Le nuove generazioni non riescono ad apprendere il concetto di morte, ad imprimere dentro di se l'idea della non presenza, dimensione, quest'ultima direttamente collegata alla nozione di tempo. Come posso cogliere l'assenza, se non ho più un tempo da vivere? Come è possibile sentire la morte, se non riesco più a vivere? Cosa resta? Qual è il ricordo che potrà scandire i miei racconti? Ma chi ancora resterà ad ascoltare le storie di un tempo che non c'è più e che non diventerà mai né storia, né fiaba? Le persone anziane hanno perso il loro ruolo di nonni e di nonne, più o meno sagge: oggi sono solo vecchie e vecchi inadeguati. I bambini non hanno più tempo per giocare, sono troppo velocemente diventati giovani adulti e devono fare in fretta a raggiungere l'obbiettivo, unico possibile, per sopravvivere: questa è la rotta segnata sia che a seguirla è un profugo di un qualsiasi Sud del mondo diretto verso il nuovo Eldorado, sia che a seguirla sono gli stessi figli del Nord ricco del mondo. Poveri essi stessi e derubati del proprio futuro. L'idea stessa di futuro accompagna il sogno in ciascuno di noi. Chi ci ha rubato il futuro, ha imprigionato al tempo stesso i sogni di ognuno. Il sogno è la linfa vitale che consente ad ogni persona, bambino, adulto a anziano che sia, di vivere. Infatti per vivere non è solo essenziale bere, nutrirsi e respirare, è anche necessario curarsi nella salute e proteggersi dal caldo e dal freddo eccessivo. Per vivere è anche auspicabile poter conoscere e amare. Per vivere fondamentale poter sognare: restituite a tutti il futuro.

Il presente articolo è stato autorizzato alla pubblicazione dalle Edizioni Melagrana

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