Psicologiweb.com

La Trasmissione Intergenerazionale dell'ATTACCAMENTO

Scritto da Dott. Ilaria Di Giusto il
La Trasmissione Intergenerazionale dell'ATTACCAMENTO

Fin da quando nascono, i bambini sono esseri dotati di abilità sociali e di emotività; sono biologicamente predisposti a riconoscere chi si prende cura di loro e ad indurre tali persone, mediante specifici segnali, quali il pianto, a soddisfare i propri bisogni di accudimento.

La Teoria dell’Attaccamento

Secondo la Teoria dell'Attaccamento e gli studi del suo fondatore John Bowlby, il bambino ha un bisogno innato di attaccamento alla propria figura di accudimento (caregiver), al fine di stabilire un legame che abbia, innanzitutto, un valore di sopravvivenza, di protezione dai pericoli esterni.
Si intende infatti, per “attaccamento”, “la propensione innata a cercare la vicinanza protettiva di un membro della propria specie quando si è vulnerabili ai pericoli ambientali per fatica, dolore, impotenza o malattia” (Bowlby, 1969, cit. in Liotti, 1994); per cui, per comportamento di attaccamento si intenderà “quella forma di comportamento che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un'altra, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato. Questo comportamento diventa evidente ogni volta che la persona è spaventata, affaticata o malata, e si attenua quando si ricevono conforto e cure” (Bowlby, 1988).
Bowlby fu particolarmente attratto dai lavori etologici di Lorenz e Harlow: Lorenz aveva scoperto che le oche appena nate si mettevano a seguire un adulto della propria specie e mostravano di cercarlo affannosamente, anche quando questo non forniva loro cibo; Harlow, studiando i piccoli di scimmie Rhesus, aveva scoperto che questi preferivano passare più tempo attaccate ad un fantoccio senza biberon, ma coperto di stoffa morbida e pelosa, che ad un fantoccio non avvolto da coperta, ma con il biberon dal quale traevano nutrimento.
Questi lavori, oltre a dimostrare che il legame tra adulto e piccolo di una specie va oltre il semplice bisogno di essere nutriti, suggerivano la possibilità di studiare, attraverso un approccio etologico, anche le relazioni che si instaurano tra il piccolo dell'uomo ed il suo caregiver.
In tali relazioni, il caregiver (madre e/o padre o altra figura di accudimento sostitutiva) deve “fornire una base sicura da cui un bambino o un adolescente possa partire peraffacciarsi nel mondo esterno e a cui possa ritornare sapendo per certo che sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato” (Bowlby, 1988, pag. 10).
Il concetto di Base Sicura, fornito da Mary Ainsworth, diviene la possibilità, per il bambino, di esplorare l'ambiente circostante, sapendo di poter contare sulle figure parentali che si prendono cura di lui. La curiosità che lo guida nell'esplorazione della realtà e nello sviluppo delle sue conoscenze, comporta anche insicurezza e timore; tuttavia, poter ritornare presso la propria figura di attaccamento per essere rassicurato e confortato, permette al bambino di riacquistare la sua sicurezza.
Il bambino, davanti ad un oggetto nuovo, può percepirlo come una novità che sollecita la sua curiosità; o al contrario, come un oggetto potenzialmente minaccioso. Se si sente a proprio agio con il genitore, e questo è disponibile e rassicurante, considera la novità come una spinta all'esplorazione; se non si sente protetto dalla figura di attaccamento, manifesterà timore per ciò che presenta elementi non noti e non rassicuranti, ed eviterà di avvicinarsi.

Strange Situation Procedure

La Ainsworth, dopo aver osservato nelle sue ricerche una notevole variabilità nel comportamento d'accudimento delle madri ed in quelli di attaccamento nei bambini, mise a punto una procedura sperimentale (Strange Situation Procedure - SSP), con la quale poter identificare i differenti stili (pattern) di attaccamento nelle interazioni madre-bambino.
Tale procedura, svolta in un setting di laboratorio, ha una durata di circa 30 minuti ed è suddivisa in otto episodi:

  1. La madre ed il bambino (di età compresa tra i 12 ed i 18 mesi) vengono accompagnati in una stanza;
  2. La madre ed il bambino vengono lasciati da soli; il bambino è libero di esplorare l'ambiente;
  3. Viene introdotta la presenza di uno sperimentatore che parla con la madre e cerca di interagire con il bambino;
  4. La madre viene allontanata dalla stanza per tre minuti e il bambino rimane da solo con lo sperimentatore;
  5. La madre ritorna, lo sperimentatore esce; si procede all'osservazione della riunione tra madre e bambino;
  6. La madre esce dalla stanza e lascia il bambino da solo;
  7. Lo sperimentatore rientra;
  8. La madre rientra e lo sperimentare esce.

L'intera sequenza viene videoregistrata da due telecamere posizionate nella stanza e classificata in base ai comportamenti del bambino nei momenti di separazione e riunione con la madre, in base a diversi aspetti quali: la ricerca di vicinanza, il mantenimento del contatto, l'evitamento, la resistenza, il pianto.
Inizialmente, in seguito a queste osservazioni, sono state classificate tre tipologie di pattern di attaccamento:

  • Sicuro(TipoB):caratterizzatodalfattocheilbambino protesta vivacemente al momento della separazione (piange, si dirige verso la porta da cui la madre è uscita, rifiuta di farsi consolare o distrarre dallo sperimentatore) e si calma al momento della riunione, accogliendo l'abbraccio della madre come una fonte sicura e immediata di conforto;
  • Insicuro-evitante (Tipo A): caratterizzato dal fatto che il bambino non protesta (non piange, non cerca di seguire la madre) al momento della separazione. Durante la riunione, il bambino evita attivamente la madre (non accoglie il suo invito all'abbraccio, continuaagiocare edistoglielosguardodalei);
  • Insicuro-ambialente (Tipo C): il bambino protestala al momento della separazione (come nel tipo B), ma non si lascia confortare durante la riunione: anche se tra le braccia della madre, continua a piangere come al momento della separazione. Il quarto pattern di attaccamento è stato identificato successivamente (Main e Solomon, 1990):
  • Disorganizzato/disorientato (Tipo D): caratterizzato da una mancanza di organizzazione del comportamento di attaccamento. Il bambino mostra forti oscillazioni dell'attenzione verso la madre: sono, ad esempio, bambini che, al momento della riunione, si avvicinano alla figura di attaccamento con la testa voltata da un'altra parte, o che si immobilizzano all'improvviso, come pietrificati, con lo sguardo nel vuoto,etc.

L'osservazione dell'interazione tra madre e bambino ha condotto alla considerazione secondo cui le madri dei bambini “sicuri”, si dimostrano stabilmente disponibili a rispondere positivamente alle richieste di vicinanza e conforto espresse dai figli; esse appaiono sensibili ai diversi segnali di disagio del bambino, quando questi chiede aiuto e cura.

Modelli Operativi Interni

Le madri dei bambini “evitanti” si dimostrano propense a respingere o ignorare le richieste di vicinanza dei figli. Spesso hanno una mimica molto rigida e povera nell'interazione col bambino, oppure una mimica che segnala ai figli, in maniera inequivocabile, il desiderio di tenerli a distanza.
Le madri dei bambini “ambivalenti” sono descritte come madri imprevedibili ed intrusive. L'imprevedibilità riguarda la disponibilità a rispondere positivamente alle richieste d'aiuto, vicinanza e conforto espresse dal bambino.
Le madri dei bambini “disorganizzati” sono, per lo più, madri che soffrono per la mancata elaborazione di un lutto, o di gravi eventi traumatici, ecco perché, nella Strange Situation, l'espressione, lo sguardo di tali madri appare come caratterizzato da immersioni in un doloroso mondo interiore, e quindi del tutto assente rispetto alle richieste del bambino (Liotti, 1994).
Studi di follow up hanno dimostrato che a due anni i bambini con un attaccamento sicuro avevano un periodo d'attenzione più lungo, si mostravano più sicuri nell'utilizzo degli oggetti, avevano più probabilità di suscitare, nelle loro madri, il desiderio di aiutarli in compiti difficili, mostravano maggior interesse nel gioco libero. A sei anni, questi bambini “sicuri” giocavano in modo concentrato per più tempo, riuscivano a gestire meglio i conflitti con i loro coetanei, avevano più percezioni positive rispetto a quei bambini che erano stati classificati come “insicuri”. Nell'interazione con i coetanei gli evitanti si mostravano ostili e distanti, mentre gli ambivalenti tendevano a mostrare una dipendenza cronica dall'insegnante ed incapaci ad impegnarsi nel gioco da soli o con i loro coetanei.
Secondo Bowlby, il bambino costruisce, in seguito alle sue esperienze di relazione con ciascuna delle figure di attaccamento che lo accudisce nel primo anno di vita, dei Modelli Operativi Interni (Internal Working Models - MOI), e cioè delle rappresentazioni mentali di sé con l'altro.
Le concrete esperienze vissute vengono così generalizzate e vanno a costituire i MOI, composti da strutture mnestiche che riflettono, sia le esperienze soggettive del bambino durante le interazioni con il proprio caregiver, sia le risposte di quest'ultimo verso il bambino stesso. Tali rappresentazioni, da un lato condizionano le aspettative che ogni bambino ha nei confronti della propria figura di attaccamento e su come risponderà alle sue richieste di vicinanza e cura; dall'altro influenzano i suoi comportamenti di ricerca verso l'altro. I MOI, che si formano nel primo anno di vita, potranno essere confermati da successive esperienze di interazione interpersonale, se queste si svolgeranno secondo modalità analoghe a quelle delle originarie relazioni di attaccamento, oppure potranno essere modificate in seguito a ripetuti episodi relazionali differenti (Bowlby, 1988; Liotti, 1994).

Adult Attachement Interview

Se da un lato la Strange Situation ci consente di osservare le modalità di interazione tra figura di attaccamento e bambino, permettendoci di individuare i diversi pattern di attaccamento, dall'altro lato, nel 1985 viene messa a punto l'Adult Attachment Interview (AAI - Main et al, 1985) nel tentativo di classificare lo stato mentale di un adulto in relazione alla sua storia di attaccamento, e quindi di avere informazioni rispetto ai suoi modelli operativi interni. L'AAI è un'intervista semistrutturata nella quale si pone grande attenzione al linguaggio che l'adulto utilizza mentre riflette, stimolato dalle domande dell'intervista, sul rapporto con i propri genitori e sulle idee che ha strutturato circa il valore del bisogno di attaccamento. Grazie a tale strumento, la Main ed i suoi colleghi hanno identificato quattro categorie fondamentali di risposte all'AAI, in cui classificare lo “stato mentale” relativo all'attaccamento:
a) Autonomoolibero(free):isoggetticlassificatiintale categoria sono caratterizzati dal riconoscimento del significato e del valore dei bisogni di attaccamento, da una fluidità e coerenza della narrazione;
b) Preoccupato o invischiato (preoccupied, enmeshed): tale categoria viene attribuita a quei soggetti che forniscono un quadro confuso e non obiettivo della propria esperienza passata, incapaci di prendere le distanze dalle relazioni di attaccamento nelle quali appaiono ancora coinvolti;
c) Distanziante/svalutante (dismssing): appartengono a questa categoria soggetti che tendono a svalutare il valore dei bisogni di attaccamento e a minimizzare l'influenza che le loro esperienze di attaccamento hanno avuto sul proprio mondo interiore;
d) Irrisolto (unresolved): appartengono a questa categoria quei soggetti che mostrano una mancata risoluzione di traumi legati ad esperienze di morte di persone care o di abuso.
Lo “stato mentale” che viene valutato con l'AAI è come unriassuntodelle rappresentazionicheogniadultohadisé con l'altro, rappresentazioni che sono state di solito costruite con almeno due figure di attaccamento (il padre e la madre).
Tali rappresentazioni possono appartenere a categorie diverse (ci può essere, infatti, un attaccamento sicuro con un genitore ed insicuro con l'altro, oppure due tipi di attaccamento insicuro diversi con ciascun genitore, senza poi considerare nonni ed altri caregiver). Avviene, quindi, una sorta di gerarchizzazione delle varie rappresentazioni di sé con l'altro che derivano, appunto, dalle relazioni di attaccamento precoci: tale processo culmina nella costituzione di quel particolare “stato mentale” che l'AAI valuta. Tale stato mentale può, nel corso della vita, andare a definirsi anche con cambiamenti che si verificano con le varie esperienze relazionali che si susseguono. Ciò è dimostrato dalle interviste degli adulti il cui stato mentale nell'AAI è valutato come “libero” (free), e che offrono ricordi anche molto dolorosi delle proprie relazioni di attaccamento. Pur avendo costituito, con i propri genitori, rappresentazioni di sé, dell'altro e della relazione che riflettono un attaccamento insicuro, queste persone “hanno rivisto” il proprio stato mentale rispetto all'attaccamento grazie a nuove esperienze relazionali: nuovi legami affettivi oppure relazioni terapeutiche. Le nuove relazioni hanno permesso loro di riflettere criticamente sul senso e sul valore delle precedenti esperienze e, senza negale o dimenticarle, di costituire una nuova e più ampia rappresentazione del valore dei bisogni di attaccamento e delle relative emozioni (Liotti, 1994).

Correlazione tra SSP e AAI

Diversi studi, indipendenti tra loro, hanno mostrato correlazioni significative tra lo stato d'attaccamento dei bambini nella SSP e lo “stato mentale” dei rispettivi caregiver, rilevato dall'AAI (Main e Goldwyn, 1984; Fonagy et al., 1991; Fonagy, Steel e Steel, 1992).
I genitori con uno stato mentale relativo alla propria storia di attaccamento, di tipo libero-autonomo (free) avevano, con altissima frequenza, figli che manifestavano un attaccamento sicuro (B) verso d loro. I genitori con uno stato mentale distanziante (dismissing) avevano figli con un attaccamento evitante (A). I genitori con uno stato mentale invischiato (preoccuped) avevano, con altrettanto grande frequenza, figli che manifestavano nei loro confronti un attaccamento ambivalente (C). Infine, genitori con uno stato mentale irrisolto rispetto ai gravi traumi della propria storia di attaccamento (unresolved), avevano figli con un attaccamento disorganizzato/disorientato (D). La significatività statistica di queste quattro correlazioni fra stato mentale del genitore e pattern di attaccamento del figlio, varia, nei diversi campioni studiati, all'incirca tra il 70 e l'85%.
Ciò sta ad indicare che le stesse rappresentazioni che un adulto ha derivato dalla relazione con i genitori, vengono dunque trasmesse, con elevatissima frequenza, ai figli di quell'adulto nella relazione che egli stabilisce con il proprio bambino. È attraverso i Modelli Operativi Interni, quindi, che i pattern di attaccamento dell'infanzia sono trasposti nella vita adulta e vengono trasmessi alla nuova generazione.

Il presente articolo è stato autorizzato alla pubblicazione dalle Edizioni Melagrana

Bibliografia
Aquilar F., Del Castello E. (a cura di), (2001), Psicoterapie delle fobie e del panico, Franco Angeli, Milano.
BowlbyJ.,(1989),Unabasesicura. Cortina,Milano. CavigliaG.,(2003),Attaccamento epsicopatologia.Carocci, Roma.
Holmes J., (1994), La teoria dell'attaccamento. John Bowlby e la sua scuola. Raffaello Cortina Editore, Milano.
Liotti G., (1994), La dimensione interpersonale della coscienza. La Nuova Italia Scientifica, Roma.
Liotti G., (2001), Le opere della coscienza. Raffaello CortinaEditore, Milano.
Malinconico R., (2004), e venne il giorno della melagrana. Edizioni Melagrana, Caserta.

Condividi l'articolo