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La formazione dell' individuo come prospettiva di benessere condiviso

Scritto da Dott. Ilaria Di Giusto il
La formazione dell' individuo come prospettiva di benessere condiviso

Nel 1993 il sociologo americano, George Ritzer, ha descritto il graduale processo di colonizzazione delle istituzioni culturali a opera della logica manageriale che regola l'industria del fast-food. Il suo popolare testo “Il mondo alla McDonald's” ha offerto una lettura critica dei consumi, in chiave di globalizzazione. Ritzer sostiene che la “cultura di consumo” ha un effetto “disumanizzante” perché è l'ultima espressione di quel processo di razionalizzazione iniziato agli albori della modernità e già magistralmente individuato da Max Weber. La catena di ristoranti economici e “veloci”, che è oggi presente in 115 paesi in tutto il mondo, viene assunta come caso paradigmatico di un nuovo tipo di impresa. L'analisi condotta dall'autore si richiama al taylorismo, la teoria dell'organizzazione scientifica del lavoro, elaborata per massimizzare la produttività, mediante la scomposizio- ne delle mansioni in operazioni semplici e ripetitive, fortemente coadiuvate da processi di automazio- ne. McDonald's sarebbe la punta di diamante ed il modello di un processo di “McDonaldizzazione”, che investe molte altre aziende. L'obiettivo di questa presunta razionalizzazione dei circuiti di produzione industriale, conquistata a prezzo di rigide formalizzazioni di ruoli e stratificate gerarchie di personale, si basa sull' applicazione di quattro fattori chiave: l'efficienza, la prevedibilità, la calcolabilità ed il controllo tramite sostituzione di lavoro umano con quello delle macchine (Ritzer, 2000). La loro combinazione finisce col generare una burocratizzazione delle procedure, disumanizzazione del lavoro ed esasperazione dei concetti di marketing e qualità dei servizi, in un ossequio estremo al principio della soddisfazione del consumatore.
Il primo tra i fattori della mcdonaldiz- zazione, l'efficienza, implica un'enfasi sul risparmio del tempo: soddisfare in fretta l'appetito dei clienti, attraverso
un'efficace organizzazione delle mansioni lavorative dei dipendenti. La calcolabilità comporta una sostituzione della qualità, con un'elevata attenzione agli aspetti quantitativi del prodotto: elevate dimensioni, basso costo, risparmio di tempo dei clienti, velocità di esecuzio- ne delle operazioni da parte del personale.
La prevedibilità richiede la ricerca della replicabilità e della standardizza- zione dei prodotti, che fa ritenere il consumatore ben consapevole del prodotto o servizio di cui fruisce. L'ultimo dei criteri organizzativi stile McDonald's coincide con azioni di controllo; controllo da parte dell'azienda verso le prestazioni dei lavoratori, la cui attività lavorativa viene improntata al perseguimento di obiettivi prefissati, per essere poi valutata da supervisori. Supervisione e sostituzione del lavoro umano con processi automatizzati. I lavoratori vengono tenuti sotto il controllo delle macchine stesse (dosatore di bibite che si ferma automaticamente quando il bicchiere è pieno, friggitrice che avverte quando le patatine sono
croccanti, cassa programmata che elimina la necessità del calcolo da partedell'addetto).
L'industria del fast food ha perfeziona- to aspetti come ambienti clonati, interazioni coi clienti secondo copione, comportamento prevedibile degli impiegati e prevedibilità dei prodotti.
Ritzer nota, ovviamente, che queste caratteristiche si sono diffuse ben oltre McDonald's e sono riscontrabili anche in altre catene, molto più esclusive, come l'Hard Rock Café e non necessa- riamente statunitensi, come The Body Shop o Benetton. In questa visione i “mezzi di consumo” della contempo- raneità, dai grandi centri commerciali, alle slot machines, ai cataloghi delle vendite per corrispondenza, al commercio elettronico, alle mega- librerie, si connoterebbero essenzial- mente come dei mezzi razionalizzati e cioè efficienti per un rapido approvvi- gionamento.
Il risultato, secondo Ritzer, è un mondo del consumo che non offre più sorprese, dove tutto deve essere formalmente ordinato, pulito, allegro e funzionale. Non importa che gli impiegati siano a volte frustrati oltre i limiti del sopportabile o che i bambini si sentano portati al divertimento coatto. La struttura sociale sembra imporre buonumore e informalità. E indurre a tagliar via dall'altro e dalle situazioni esterne ciò che non aggrada (Aquilar, 2000).
Gli antidoti all'eccesso di razionaliz- zazione negli ambienti di lavoro e agli inconvenienti di una pretesa gestione ultraefficiente, confinata entro regole ineludibili, costituiscono il terreno di prova di una nuova filosofia di management. Le alternative di gestione praticate all'interno di società ad elevato livello tecnologico (Hewlett Packard, Kodak, 3M, Texas Instruments, IBM ecc.) inneggiano alla creatività degli impiegati e a tutte le azioni che incoraggino, tra il personale, l'innovazione e la spontane- ità nella risoluzione non convenziona- le dei problemi di lavoro. La finalità è quella di suscitare entusiasmo e di ridurre la routine attraverso iniziative estemporanee.
Se guardiamo agli aspetti più personali della vita quotidiana (la professione, lo status sociale, le aspettative per il futuro), anche qui la corsa diventa obiettivo unico e fondamentale, come risposta adattiva alla società dell'incertezza, in cui “razionale è chi non spreca tempo e risorse, dove il tempo è denaro” (B. Franklin).
Da questa condizione nasce la pulsione alla gratificazione istantanea (Schulze, 1992). L'espressione “gratificazione istantanea” vuole letteralmente significare una “ricom- pensa” riscossa immediatamente, come risultato di una volontà proget- tuale di respiro breve e limitato, perché non si attende nulla dal futuro. Ebbene, in un contesto di insicurezza sul futuro, ciò che oggi sembra contare di più tra tutti i valori è la gratificazio- ne personale nella forma di un'esperienza bella, da vivere nell'attimo fuggente, compensando ossessivamente l'inevitabile delusione con la ricerca di una nuova esperienza di gratificazione istantanea.
Del resto la sicurezza è la condizione essenziale per una vita che voglia costruire sul presente una progettualità futura, che non si rassegni al “meglio un uovo oggi, che una gallina doma- ni”. Ma nel mondo della disoccupazio- ne strutturale, corollario necessario della globalizzazione, nessuno può sentirsi al sicuro.
Ricerca del piacere istantaneo e gratuito, quindi, come risultato di un'attenzione rivolta solo al presente, di un'indifferenza verso ciò che è stato e di una sfiducia in ciò che deve venire, di una dimenticanza del passato e di un timore del futuro.
Parola d'ordine, quindi: Tutto e subito. Non sono concesse prove d'appello: o ci riesci ora o hai perso la tua occasione!
Questo è il bombardamento mediati- co, che sta colpendo le nuove genera- zioni ed al tempo stesso la cultura di riferimento alla quale è stato richiesto di aderire.
Il futuro è oggi. Ed è oggi che devi vivere!
Togliere il futuro porta inevitabilmen- te ad una lotta feroce per la sopravvi- venza dell'oggi, all'insegna della competizione più esasperata e dell'individualismo più pericoloso. Poco spazio resta alla cultura delle solidarietà e del fare insieme, o cooperazione che si voglia.
Questo adeguamento all'incertezza del futuro crea un circolo vizioso e contribuisce alla precarietà delle cose; la società del rischio deve, in realtà, intendersi come la società dell'insicurezza, dell'incertezza, della precarietà e, conseguentemente, dell'ansia e dell'inquietudine, piuttosto che della paura.
Parola magica, allora, diventa flessibilità (Sennett, 2001). Una parola che ha cancellato il simbolo dell'identità del lavoratore del secolo scorso, la carriera, intesa come continuità narrativa ed evoluzione dei propri lavori, fondamento solido della progettualità esistenziale di ciascuno. Ai lavoratori viene chiesto di compor- tarsi con maggiore versatilità, di essere pronti ai cambiamenti con breve preavviso, di correre continua- mente qualche rischio, di affidarsi meno ai regolamenti e alle procedure formali. È del tutto naturale che la flessibilità generi ansietà: nessuno sa quali rischi valga la pena correre o quali percorsi sia opportuno seguire. Oggi si sostiene la tesi che, opponen- dosi alla rigidità della burocrazia e riservando maggior attenzione al rischio, la flessibilità consenta agli?individui un maggior controllo della propria vita. Accade, invece, che in ogni momento si ricomincia da zero nella corsa competitiva, in cui è l'anziano, semmai, a partire svantag- giato. Realisticamente non si deve aver fiducia in nessuno, se non nelle proprie capacità inventive ed operati- ve, nonché di controllo sugli altri. L'uomo flessibile contemporaneo è smarrito, non sa ciò che lo attende nel futuro, non può, non deve affidarsi a nessuno, perché la competizione lo vieta, non crede quindi che qualcuno possa aver bisogno di lui.
La cornice d'azione dell'uomo flessibile che, in corsa continua contro il tempo, si affanna per anticipare l'obsolescenza dei propri saperi e del proprio know how, può essere riconosciuta nella società che il sociologo Zigmunt Bauman definisce liquido-moderna. Una società in cui le situazioni nelle quali agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. In un panorama come questo, le persone non possono concretizzare i propri risultati in beni duraturi: in un attimo, infatti, le attività si traducono in passività e le capacità in incapacità, mentre le strategie necessarie per fronteggiare le diverse situazioni invecchiano e diventano obsolete prima ancora che gli attori abbiano avuto la possibilità ed il tempo di apprenderle corretta- mente. La vita liquida è, quindi, una vita precaria, vissuta in condizioni di continua incertezza; è una vita di consumo, che marchia il mondo e ogni suo frammento, animato e inanimato, come oggetti di consumo: oggetti che perdono la propria utilità a mano a mano che vengono usati. A questo punto andrebbero trattati come rifiuti, per far posto ad altri oggetti di consumo ancora inutilizzati.
In una società come questa, l'industria di smaltimento dei rifiuti assume un ruolo dominante nell'ambito dell'economia della vita liquida. I rifiuti sono il prodotto principale e, probabilmente, il più abbondante della società dei consumi; la produzione di rifiuti è la più massiccia e non conosce crisi. Lo smaltimento dei rifiuti è perciò una delle due principali sfide che la vita liquida ha di fronte: l'altra riguarda il rischio di finire tra i rifiuti! Difatti, meno tempo si dispone per apprendere il proprio know how, maggiormente diminuisce la competi- tività richiesta dal proprio contesto sociale, per raggiungere livelli socialmente apprezzati e dati come
appaganti e gratificanti. Ad una riduzione della competitività corri- sponde, in maniera diametralmente opposta, una crescita delle condizioni di disagio sociale, dovute direttamente alla scarsa tolleranza, alla frustrazio- ne, che derivano da un mancato successo sociale fortemente ricercato. Questo dover rincorrere continuamen- te un nuovo standard, non avendo ancora consolidato quello che si sta apprendendo, aumenta vertiginosa- mente l'esposizione delle persone al rischio del fallimento. (Malinconico, 2005).
La crescita impetuosa delle nuove conoscenze ed il rapido invecchia- mento del sapere preesistente, in un panorama quale quello descritto precedentemente, impongono, all'essere umano, la necessità assoluta di un percorso formativo, orientato verso l'acquisizione di competenze, know how, sempre e costantemente al passo con l'evoluzione tecnologica e professionale. È indispensabile, infatti, un'offerta formativa che risulti, da un lato, adeguatamente pianificata e conseguente ai reali bisogni del mercato del lavoro, ma anche a quelli di una società in costante cambiamen- to, dall'altro, un ripensamento delle forme e dei modi di fare formazione, che non può essere limitata ad una semplice offerta di conoscenze e competenze nell'ambito di specifici contesti, ma deve riconfigurarsi come diffusa esperienza di apprendimento continuo e di crescita individuale e collettiva (Sarracino, 2006).
Un costante impegno apprenditivo risulta, così, funzionale alla capacità di affrontare la complessità del vivere quotidiano e l'instabilità dei molteplici cambiamenti e delle transizioni, di orientarsi nella scelta dei propri percorsi, in ragione delle competenze possedute o di quelle da incrementare, di sviluppare un pensiero creativo e responsabile.
Nella società della conoscenza contemporanea, imparare è la condizione per vivere, per lavorare, per essere individui capaci di proget- tualità, responsabilità e autonomia. In caso contrario, diventa impossibile affrontare la complessità del vivere quotidiano, il rischio del cambiamen- to, la pluralità dei ruoli, a cui donne e uomini devono rispondere, la velocità dei cambiamenti e la molteplicità delle transizioni, senza un lavoro costante di riflessività e apprendimento (Deme- trio, 1998).
In un contesto come quello fin qui delineato, dove l'incertezza e la
precarietà appaiono come il nocciolo duro della strategia di dominio, il bisogno formativo appare quindi un'esigenza, non principalmente necessaria all'acquisizione di skills e di know how, ma indispensabile per la promozione e lo sviluppo di una cittadinanza attiva, che possa ricondurre ogni essere umano alla dimensione di “fabbro di se stesso”. Affinché ogni singolo individuo possa ritrovare quelle capacità, se non di controllare, almeno di influenzare in modo significativo le forze personali, quelle politiche, economiche e sociali. Essere, dunque, empowered, cioè essere in grado di prendere decisioni ed agire efficacemente in base alle scelte fatte e poi influenzare il ventaglio delle opzioni possibili e i contesti sociali in cui si compiono e si attuano le scelte (Bauman, 2006).
Per fare in modo che ciò possa avvenire, è necessario rivolgersi verso uno sforzo di nuova condivisione, nuova cooperazione, contro la politica individualista, così tanto promossa dalla società contemporanea. La costituzione di un nuovo contesto ospitale, amichevole, di una collabora- zione che arricchisca reciprocamente e che ridia dignità all'autostima personale e al proprio senso di responsabilità. Ecco perché la formazione dovrebbe essere tale da consentire agli uomini ed alle donne della società contemporanea, di perseguire i propri obiettivi di vita, con un minimo di intraprendenza e fiducia in se stessi e con una speranza di successo.

Il presente articolo è stato autorizzato alla pubblicazione dalle Edizioni Melagrana

Bibliografia
Aquilar F., “Io ti orgasmerò” in Rivista di sessuologia Vol. 24 - n. 4 - Ottobre/Dicembre 2000.
Bauman Z., Vita Liquida, Laterza, Roma, 2005.
Bauman Z., La modernità fluida, Laterza, Roma, 2002.
Malinconico R., “Restituitemi il futuro” in Rivista A.S.cuoL.a, n. 8 Le 13 trame generazionali – Giugno 2005.
Ritzer G., Il mondo alla McDonald's, Il Mulino, Bologna, 1997.
Ritzer G., La religione dei consumi. Cattedrali, pellegrinaggi e riti dell'iperconsumo, Il Mulino, Bologna, 2000.
Rotondi M. (a cura di), Formazione di valore. Come sviluppare valori per la società della conoscenza, Franco Angeli, Milano, 2006.
Sennett R., L'uomo flessibile, Feltrinelli, Milano, 1999.

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