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Il disturbo dell’identità di genere: il Transessualismo

Scritto da Redazione il
Il disturbo dell’identità di genere: il Transessualismo

“Il vero Io è quello che tu sei, non quello che hanno fatto di te.”

Paulo Coelho

L’identità è la consapevolezza dell’individuo di essere se stesso malgrado tutti i cambiamenti che possono verificarsi nel corso della sua vita. L’embrione al momento della fecondazione e il bambino di pochi mesi non hanno ancora la coscienza autoriflessiva e il vissuto personale di essere se stessi, di riconoscersi e di poter riportare a sé tutte le esperienze vissute nel tempo. E’ intorno ai due-tre anni che sembra stabilizzarsi l’identità, la cui strutturazione ha inizio in un periodo ben più precoce. L’evoluzione del bambino soprattutto nella primissima infanzia passa attraverso alcuni momenti fondamentali di riconoscimento della propria immagine: quando si guarda allo specchio le prime volte non si riconosce, viene poi la fase in cui si studia allo specchio, fino al momento in cui impara a dire “Io” e a fare riferimento a se stesso in prima persona. La costruzione dell’identità è dunque un processo complesso che si sviluppa gradualmente e che ha origine nelle primissime capacità del bambino di sentire, percepire e sperimentare sino alla capacità di ricondurre costantemente a sé dapprima gli elementi che vanno a costituire la sua struttura corporea e poi le diverse esperienze in modo da costruire le rappresentazioni mentali dell’immagine del proprio corpo che gli dà prova della sua esistenza.

Ma l’essere umano non può definire la sua identità se non considera la società e la rete di relazioni in cui è inserito. Si parla oggi di identità sociale ovvero di un’identità attribuita che è l’insieme dei criteri che permettono una definizione sociale dell’individuo e che permettono di situarlo nella società, ma essa è anche l’insieme dei ruoli sociali che l’individuo assume. Strettamente legato al concetto di identità è il termine genere che negli ultimi decenni ha assunto un  significato diverso dal termine sesso, infatti con il primo si indica il vissuto della persona, mentre con il secondo si fa riferimento all’aspetto più strettamente biologico, strutturale e funzionale, o alle modalità di comportamento sessuale.

L’identità di genere è dunque come ogni singola persona vive se stessa come maschio o femmina in maniera stabile nel tempo, aderendo o rifiutando gli stereotipi tradizionali senza mettere in discussione l’appartenenza di genere.

Dall’antica “certezza” secondo cui si riteneva che l’umanità fosse divisa in due sole categorie specifiche , maschile e femminile, si è giunti oggi a ipotizzare che essa sia formata da individui con caratteristiche variabili e soggettive che hanno il diritto di vivere in condizioni scelte e decise personalmente. In base a ciò si utilizza il termine ruolo di genere per indicare il modo in cui l’individuo attraverso comportamenti verbali e non verbali esprime a se stesso e agli altri il genere, maschile e/o femminile, a cui sente di appartenere.

Rispetto a quelli che sono stati classificati come disturbi dell’identità di genere sembra interessante capire le dinamiche legate al transessualismo.

Di transessualismo oggi si parla tanto, tanto che è diventato un fenomeno di costume, un argomento di conversazione di gran moda nei vari salotti televisivi. Il tema viene di volta in volta affrontato con tono ora leggero, ora impegnativo; talvolta l'intento è quello di fornire una seria informazione sull'argomento, più spesso esso viene utilizzato come "accalappia ascolti" in programmi di intrattenimento. Probabilmente se ne parla anche troppo, ma poco in maniera adeguata. Con queste pagine intendo aprire una finestra di informazione su questa realtà lontana dalle sarabande televisive e dai toni spesso scandalistici dei media. Il transessualismo è definito un disturbo dell’identità di genere (DIG) che si esprime in un intenso e persistente convincimento di appartenere al sesso opposto, in persone che non presentano alcuna anomalia fisica. Coloro che vivono questa esperienza provano un disagio profondo nei confronti del loro corpo, vissuto come estraneo. Lo stesso senso di estraneità che provano per i comportamenti e gli atteggiamenti che sono tipici del proprio sesso, all'interno dei quali non si riconoscono. Il termine transessualismo è stato coniato dal dott. H. Benjamin sessuologo e gerontologo nel 1953. Anche se il fenomeno è stato descritto fin dai tempi antichi, ad esempio nella mitologia, la scienza ha ignorato per lungo tempo l’esistenza dei transessuali ed ha continuato a considerare il Disturbo dell’Identità di Genere come un sintomo marginale di una sindrome psichiatrica più ampia. Basti pensare che il transessualismo non è stato neanche menzionato nella seconda edizione del Diagnostic and Statistical Manual of mental Disorders (DSM II, 1968). Negli ultimi decenni, però, l’aumentare del numero di persone transessuali che richiedevano l’adeguamento dell’identità fisica all’identità psichica tramite interventi chirurgici ha costretto gli operatori della salute a prendere in considerazione questa realtà e a riconoscere quello che Harry Benjamin aveva definito “il fenomeno transessuale” includendolo nel DSM III (1980) nell’ambito dei “Disturbi che insorgono nell’Infanzia, nella Fanciullezza,o nell’Adolescenza”. Nella versione successiva del Manuale (DSM III, 1987) viene usato il termine transessualismo e tale realtà esistenziale è stata inserita nell’ambito delle disforie di genere, espressione coniata da Norman Fisk nel 1973 per indicare un soggetto caratterizzato da un senso di inappropriatezza rispetto al proprio sesso biologico, dal desiderio di possedere il corpo del sesso opposto e di essere considerato dagli altri come tale (Blanchard 1988). Un ulteriore cambiamento è stato introdotto dalla versione più recente del Manuale, il DSM IV, che nel 1994, il termine “transessualismo” con il termine “Disturbo dell’identità di genere” e lo ha incluso tra i  “Disturbi sessuali e dell’Identità di Genere”.

I criteri diagnostici sono i seguenti:

A. Una forte e persistente identificazione col sesso opposto (non solo un desiderio di qualche presunto vantaggio culturale derivante dall'appartenenza al sesso opposto).

Nei bambini il disturbo si manifesta con quattro (o più) dei seguenti sintomi:

1) desiderio ripetutamente affermato di essere, o insistenza sul fatto di essere dell'altro sesso

2) nei maschi, preferenza per il travestimento o per l'imitazione dell'abbigliamento femminile; nelle femmine, insistenza nell'indossare solo tipici indumenti maschili

3) forti e persistenti preferenze per i ruoli del sesso opposto nei giochi di simulazione, oppure persistenti fantasie di appartenere al sesso opposto

4) intenso desiderio di partecipare ai tipici giochi e passatempi del sesso opposto

5) forte preferenza per i compagni di gioco del sesso opposto.

Negli adolescenti e negli adulti, l'anomalia si manifesta con sintomi come desiderio dichiarato di essere dell'altro sesso, farsi passare spesso per un membro dell'altro sesso, desiderio di vivere o essere trattato come un membro dell'altro sesso, oppure la convinzione di avere sentimenti e reazioni tipici dell'altro sesso.

B. Persistente malessere riguardo al proprio sesso o senso di estraneità riguardo al ruolo sessuale del proprio sesso.

C. L'anomalia non è concomitante con una condizione fisica intersessuale.

D. L'anomalia causa disagio clinicamente significativo o compromissione dell'area sociale, lavorativa, o di altre aree importanti del funzionamento.

E’ importante fare delle differenze tra il DIG e travestitismo, intersessualità, ermafroditismo e omosessualità. Il travestitismo è stato descritto per la prima volta da Hirschfeld all’inizio del XX secolo, ma è una realtà umana conosciuta in tutti i tempi. E’ diffuso soprattutto tra gli individui di sesso maschile ed è riferito ad uomini che provano un intenso piacere erotico nell’indossare saltuariamente abiti femminili. Al travestitismo si può associare a volte un comportamento feticistico in cui un oggetto inanimato, un abito o una parte del corpo è sovrainvestita di interesse, acquista valore erogeno e si rende necessaria per vivere il piacere sessuale. Quando nel travestito è presente una componente fetistica, l’indossare abiti femminili è stimolante dal punto di vista sessuale e può essere accompagnato da fantasie sessuali e/o da masturbazione (Hertoft, 1982). I travestiti si identificano con il proprio sesso anatomico, non  dubitano della propria identità di genere e sono interessati ad effettuare un intervento chirurgico solo in pochi casi. La persona transessuale al contrario indossa determinati abiti non per travestirsi ma come naturale manifestazione della propria identità psichica e l’abbigliamento è vissuto come l’elemento che agevola l’apparire con questa. Tale modalità non ha carattere feticistico né procura eccitazione sessuale, come accade invece nel travestitismo, tanto che il DSM IV definisce quest’ ultimo “Feticismo di Travestimento”. Il DIG va poi distinto dalle diverse forme di intersessualità biologica, in questi casi gli individui sono portatori di una variabile biologica che comporta lo sviluppo di caratteristiche maschili e femminili allo stesso tempo, rimangono attivi, infatti, geni che determinano lo sviluppo di caratteristiche appartenenti a entrambi i sessi (esempio XXY). Malformazioni strutturali e/o funzionali possono anche derivare anche dalla somministrazione di ormoni in dosi elevate e per tempi prolungati in diversi momenti dello sviluppo embrionale o neonatale o anche in fasi successive. Un’altra condizione da cui il DIG deve essere distinto è l’ermafroditismo, condizione in cui sono presenti in una stessa persona le ghiandole genitali, e perciò i gameti, dei due sessi. Nell’individuo compaiono pertanto contemporaneamente i testicoli e le ovaie. Elemento fondamentale che differenzia il DIG dalle diverse forme di intersessualità è la presenza in queste ultime allora di caratteristiche genetiche, quindi strutturali e funzionali tra loro non congruenti, mentre negli studi sperimentali svolti finora non è stata mai  accertata la presenza di caratteristiche genetiche né di disturbi endocrini né strutturali né funzionali che possano spiegare o collegarsi all’insorgenza del DIG, che si manifesta esclusivamente attraverso il vissuto della persona di appartenere ad un genere diverso da quello individuato alla nascita. Realtà completamente altra rispetto alle precedenti è l’omosessualità. Le persone omosessuali hanno un chiaro vissuto di appartenenza al proprio sesso biologico e ne sono soddisfatte, ottengono piacere dai propri organi genitali ed hanno una piena coscienza del fatto che il loro oggetto d’amore è del loro stesso sesso. L’individuo transessuale, invece, ha come oggetto d’amore una persona dello stesso sesso anatomico, ma percepisce questa relazione come eterosessuale, in quanto sente di appartenere ad un genere diverso rispetto a quello del/la partner. Per molte persone transessuali gli organi genitali sono un vero e proprio “errore della natura” dal quale liberarsi al più presto, anche sopportando intense e profonde sofferenze, tale vissuto non è certamente condivisi dagli omosessuali che sono fieri della propria genitalità.

 

American Psychiatric Association Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali, 4a ed.    (DSM IV), APA Washington 1994, trad. it. Masson, Milano 1994. Benjamin H. Il fenomeno transessuale, Ed. Astrolabio, Roma, 1966. R., Ravenna A.R. (a cura di) Transessualismo e identità di genere Edizioni Universitarie Romane, Roma 1999. Fornari U. Psicopatologia e psichiatria forense Ed. UTET, Torino 1989. Hertoft P. Sessuologia clinica Ed. Ferro, Milano 1982. Lis A., Venuti P., De lordo M.R. Il colloquio come strumento psicologico,, Ed. Giunti, Firenze 1995. Stern D. Il mondo interpersonale del bambino Ed. Bollati Boringhieri, Torino 1987.

Immagine: Les Amants – Magritte – 1928 – MoMA New York

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