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Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA)

Scritto da Redazione il
Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA)

Tra le affezioni psichiatriche e psicologiche della nostra epoca, i Disturbi del Comportamento Alimentare hanno assunto negli ultimi decenni un rilievo clinico e sociale di dimensioni notevoli. Secondo le attuali osservazioni epidemiologiche, infatti, nel mondo occidentale essi sarebbero in considerevole e costante aumento. In Italia circa l’1% della popolazione adolescenziale soffre di Anoressia, tra l’1 e il 5% di Bulimia e tra l’8 e il 15% presenta condizioni in cui si evidenziano disturbi alimentari importanti (De Nobili et al., 2001).

Gli studi di Johnson hanno dimostrato che la maggior parte dei soggetti affetti da questi disturbi sono caucasici istruiti, di sesso femminile, economicamente avvantaggiati e appartenenti alla cultura occidentale (Johnson et al.,1989, cit. in Gabbard, 1994).

L’eta? di insorgenza del disturbo e? osservata in genere tra i 14 e i 18 anni. L’influenza socioculturale, e? sicuramente uno dei fattori responsabili della crescente diffusione dei disturbi dell’alimentazione nella nostra societa? anche se i fattori intrapsichici e biologici non dovrebbero essere minimizzati nell’eziopatogenesi di questi disturbi.

Di particolare interesse sono, inoltre, gli aspetti relazionali e familiari, all’interno dei quali e? soprattutto la relazione madre-figlia a rivestire un ruolo determinante.

Secondo la Bruch (1974,1987), infatti, nell’Anoressia Nervosa, la preoccupazione per il cibo e per il peso, e? la manifestazione simbolica di un disturbo, in realta?, molto piu? profondo, relativo al concetto di Se?, causato da una relazione disturbata tra la bambina e la madre. Questa, non riuscendo a vedere la figlia come altro da Se?, tenderebbe ad imporle le proprie sensazioni ed i propri bisogni, invece di aiutarla a percepire e riconoscere i propri. Ne risulterebbe fin dall’inizio della vita psichica un disconoscimento dei confini dell’Io, con un conseguente difetto nella costruzione dell’immagine corporea, e un’incapacita? a riconoscere, e discriminare le percezioni enterocettive cioe? relative a stimoli provenienti dal proprio corpo quali fame, sazieta?, freddo, fatica, impulsi sessuali e stati emotivi.

Anche la Selvini Palazzoli (1963) giunse alle medesime conclusioni, sottolineando l’incapacita? delle pazienti anoressiche di separarsi psicologicamente dalla madre, col risultato di non aver mai acquisito uno stabile senso del proprio corpo.

Dati analoghi, in termini di psicologia del Se?, sono stati riscontrati anche nei soggetti affetti da Bulimia (cit. in Caviglia, 2003). Tema comune nella storia di queste pazienti e? l’assenza di un oggetto transizionale, utile alla bambina per separarsi psicologicamente dalla madre. La lotta evolutiva per raggiungere la separazione utilizza, talvolta, il corpo stesso come oggetto transizionale; l’ingestione di cibo rappresenterebbe il desiderio di fusione simbiotica con la madre, e l’espulsione un tentativo di separarsene. Come le pazienti anoressiche, le bulimiche sono spesso usate come oggetti-Se? dal genitore, allo scopo di convalidare il proprio Se?; a differenza delle famiglie delle pazienti anoressiche, nelle famiglie delle bambine destinate a divenire bulimiche, predomina una modalita? particolare di gestire le qualita? “cattive” inaccettabili. Queste, infatti, sono spesso proiettate nella bambina bulimica, che identificandosi inconsciamente con queste proiezioni, diviene la portatrice di tutta l’avidita? e impulsivita? della famiglia. In questo modo si verifica uno spostamento dell’attenzione, dai conflitti -nei o tra i genitori-, alla “bambina malata”.

Attualmente, il campo nosografico della psicopatologia dell’alimentazione e? diviso fra Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa e Disturbi dell’alimentazione Non Altrimenti Specificati (APA, 2002).

 

Anoressia Nervosa

L’Anoressia Nervosa e? un Disturbo del Comportamento Alimentare caratterizzato dalla riduzione volontaria di cibo e da una preoccupazione ossessiva riguardo al peso. E’ considerato sottopeso un individuo con peso corporeo al di sotto dell’85% del peso normale per eta? ed altezza. Questo viene calcolato in riferimento all’indice di massa corporea (Body Mass Index, BMI, calcolato come rapporto tra peso in chilogrammi e quadrato dell’altezza espressa in metri). Il minimo e? un BMI minore o uguale a 17,5 kg/m2. Questi valori sono indicativi, poiche? non e? possibile determinare un peso minimo standard applicabile a tutti i soggetti di pari eta? ed altezza. E’, infatti, importante valutare anche la costituzione, e la storia anamnestica del peso corporeo di ogni singolo individuo, nello stabilire un peso minimo normale. I criteri diagnostici dell’Anoressia Nervosa, stabiliti dal DSM-IV (APA, 2002) sono:

• Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra del peso minimo normale per l’eta? e per l’altezza. Quando l’Anoressia Nervosa si manifesta nella fanciullezza o nella prima adolescenza, puo? esserci incapacita? a raggiungere il peso previsto.

• Intensa paura di acquistare peso o di diventare grassi, anche quando si e? sottopeso.

• Presenza di un’alterazione dell’immagine corporea per cio? che riguarda forma e dimensioni corporee.

• Nel sesso femminile, amenorrea (assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi) in fase post- puberale; oppure ritardo della comparsa del menarca in epoca pre-puberale.

Nel DSM-IV sono ulteriormente distinti due sottotipi di Anoressia:

• Con restrizioni: la perdita di peso e? ottenuta attraverso la dieta, il digiuno o l’attivita? fisica eccessiva.

• Con abbuffate/condotte di eliminazione: i soggetti presentano regolarmente abbuffate e/o condotte di eliminazione quali vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi. La frequenza di questi comportamenti deve essere almeno settimanale.

Prima di effettuare una diagnosi di Anoressia Nervosa, e? necessario prendere in considerazione altre patologie potenzialmente responsabili della marcata perdita di peso, quali: Disturbo Depressivo Maggiore: si puo? verificare un marcato decremento ponderale, non intenzionale, ed inoltre, manca il timore di ingrassare.

Schizofrenia: possono essere presenti modalita? bizzarre di alimentazione, e talora grave dimagrimento, senza tuttavia, nella maggioranza dei casi, la distorsione dell’immagine corporea e la paura del peso.

Condizioni mediche generali: malattie gastroenteriche, neoplasie cerebrali, sindrome da immunodeficienza acquisita, ove, accanto a una grave perdita di peso, manca in genere un disturbo dell’immagine corporea, cosi? come il desiderio di dimagrire ulteriormente.

 

Bulimia Nervosa

La Bulimia Nervosa e? un disturbo dell’alimentazione caratterizzato da episodi di abbuffate, seguiti da comportamenti compensatori. Le abbuffate consistono nel mangiare in un determinato periodo (in genere minore di due ore) una quantita? di cibo –ad alto contenuto calorico- piu? grande rispetto a quanto la maggioranza degli individui assumerebbe in circostanze simili. Inoltre, durante l’episodio, il soggetto avverte la sensazione di perdita del controllo.

I criteri diagnostici per la Bulimia Nervosa proposti dal DSM-IV (APA, 2002) sono:

• Ricorrenti abbuffate.

• Ricorso a inappropriati comportamenti compensatori per prevenire l’aumento di peso, come il vomito autoindotto, l’uso di lassativi e diuretici, o l’esercizio fisico eccessivo.

• Le abbuffate con condotte compensatorie si verificano almeno due volte alla settimana per tre mesi.

• I livelli di autostima sono indebitamente influenzati dalla forma e dal peso corporeo.

Il DSM-IV distingue i seguenti sottotipi di Bulimia :• con condotte di eliminazione: i soggetti

presentano regolarmente, per ogni abbuffata, vomito autoindotto o uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi.

• senza condotte di eliminazione: sono assenti vomito autoindotto, o uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi; mentre sono presenti altri comportamenti compensatori inappropriati, quali il digiuno o l’attivita? fisica, praticata in maniera eccessiva.

Prima di effettuare una diagnosi di Bulimia Nervosa, e? necessario prendere in considerazione anche altre patologie:Anoressia Nervosa, sottotipo con abbuffate/condotte di eliminazione: nel caso in cui le abbuffate si manifestino solo durante episodi di Anoressia Nervosa, e? giustificata la diagnosi di Anoressia Nervosa, sottotipo con abbuffate/condotte di eliminazione.

Sindrome di Klein-Levine: caratterizzata da modalita? abnormi di alimentazione ma priva delle caratteristiche psicologiche della Bulimia Nervosa.

Disturbo Depressivo Maggiore con manifestazione atipiche: caratterizzato da iperfagia, in assenza di misure compensatorie inappropriate, e di preoccupazione eccessiva sulla forma o sul peso corporeo.

Disturbo Borderline di personalita?: se risultano soddisfatti i criteri dei due disturbi, dovrebbero essere formulate entrambe le diagnosi.

 

 

Disturbi dell’ Alimentazione Non Altrimenti Specificati

I disturbi dell’ alimentazione, che non soddisfano i criteri ne? dell’Anoressia Nervosa, ne? della Bulimia Nervosa, sono classificati come Disturbi della Alimentazione Non Altrimenti Specificati (NAS).

Passiamo, ora, alla descrizione dei reattivi piu? utilizzati per lo screening dei Disturbi del Comportamento Alimentare: l’Eating Attitudes Test (EAT) e l’Eating Disorder Inventory (EDI).

 

L’Eating Attitudes Test (EAT)

L'Eating Attitudes Test e? il test piu? diffuso per misurare i sintomi e le preoccupazioni, caratteristiche dei Disturbi del Comportamento Alimentare. L’obiettivo di Garner e Garfinkel, allorche? svilupparono l’EAT nel 1979, era di costruire una scala di autovalutazione, utile per la rilevazione di un ampio spettro di comportamenti e di abitudini che si osservano comunemente nell’Anoressia Nervosa, economica sia nella somministrazione sia nel calcolo dei punteggi, e che fosse anche un potenziale indice prognostico. Il test e? stato utilizzato, in molte ricerche, come strumento di screening, capace di identificare precocemente i portatori di una malattia o di un'anomalia; i soggetti con punteggi superiori ad un determinato cutoff, successivamente, sono intervistati per determinare se soddisfano i criteri diagnostici per un Disturbo del Comportamento Alimentare. Da cio? deriva che l’EAT, da solo, non permette di fare una diagnosi specifica di DCA, ma si dimostra, invece, molto utile per identificare i soggetti che sono in una condizione sub-clinica. L'identificazione precoce dei disturbi dell’alimentazione puo? portare ad intraprendere una cura piu? rapidamente e cio?, come dimostrato da numerosi studi (Garner et al., 1982), puo? migliorarne la prognosi dei disturbi dell’alimentazione. Sulla base di una prima indagine, gli autori isolarono 40 item (EAT-40) che meglio discriminavano tra soggetti anoressici e non.

Nel 1982, una successiva analisi fattoriale ha consentito di ridurre a 26 gli item (EAT-26) della scala, ottenendo una versione altamente correlata con la scala originale (0.98).

Per la somministrazione dell’EAT occorre semplicemente il questionario, composto da due pagine; la prima, contenente i 26 item derivati dall’analisi fattoriale della versione originale, e la seconda, domande riguardanti informazioni anagrafiche e caratteristiche fisiche del soggetto.

L ’EA T puo? essere somministrato individualmente o in gruppo. Le istruzioni per la compilazione del questionario sono riferite verbalmente; invitando i soggetti a indicare la risposta ritenuta piu? consona alle proprie condotte alimentari. Inoltre, il somministratore si assicurera? che i soggetti compilino il questionario nella sua totalita?, evitando l’invalidazione del test.

Per ogni item sono previste 6 risposte: MAI, RARAMENTE, TALVOLTA, SPESSO, MOLTO SPESSO, SEMPRE, delle quali le prime tre, sono considerate varianti normali del comportamento alimentare, mentre le successive indicano la presenza di atteggiamenti francamente patologici, e ricevono un punteggio variabile da 1 a 3. Gli studi che hanno usato l'EAT-26 su un campione di adolescenti e di giovani donne, indicano che circa il 15% ottiene un punteggio uguale o superiore al cutoff, e le successive interviste diagnostiche hanno evidenziato che un'elevata proporzione ha un disturbo dell’alimentazione o una "sindrome parziale", caratterizzata da alcuni, ma non da tutti, i sintomi richiesti per fare una diagnosi di disturbo dell’alimentazione (Garner et al., 1982). Cio? vuol dire che e? consigliata la consultazione di uno specialista per valutare la presenza di un disturbo alimentare e, eventualmente, intraprendere un percorso terapeutico. Gli studi, effettuati sulle persone che hanno ottenuto un punteggio inferiore al cutoff, hanno evidenziato che l'EAT-26 produce una quantita? marginale di falsi negativi, ossia soggetti che - avendo ottenuto bassi punteggi al test - hanno in realta? un disturbo dell’alimentazione o serie preoccupazioni alimentari e vogliono evitare d'essere intervistati. Nel corso degli anni, l'EAT ha dato risultati controversi. In particolare, era difficile capire quale significato dare a punteggi elevati in popolazioni non-cliniche. Inoltre, esso forniva un elevato numero di falsi positivi - soggetti che pur avendo ottenuto un elevato punteggio al test non risultavano sintomatici - facendo risultare un basso valore predittivo positivo. Parte di queste limitazioni, erano dovute al fatto che quando fu sviluppato, l'allora DSM-II non contemplava i disturbi dell’alimentazione, inclusi successivamente nel DSM-III del 1980. Mintz e O'Halloran (2000), hanno quindi effettuato uno studio di validazione del criterio (criterion validity) delle due versioni dell’EAT con 26 item (EAT-26) e con 40 item (EAT-40), utilizzando i criteri diagnostici del DSM IV. I soggetti esaminati sono stati 103 donne con disturbi alimentari sottosoglia e 33 donne con disturbi dell'alimentazione conclamati. I risultati, positivi per entrambe le versioni dell'EAT, hanno evidenziato un tasso di accuratezza del 90%, per cui, i presunti falsi positivi precedentemente denunciati, erano in realta? individui sintomatici con un qualche DCA, la cui frequenza e/o intensita? non soddisfava i criteri diagnostici DSM. Ne deriva, pertanto, che l'EAT non debba essere considerato come misura di una generica alimentazione anormale, ma come uno strumento di screening facilmente somministrabile, che individua accuratamente soggetti con un’elevata probabilita? di soffrire e sviluppare un disturbo dell’alimentazione clinicamente definito.

Sulla base della distribuzione continua dei punteggi delle due versioni, e? possibile valutare la presenza, in ogni singolo soggetto esaminato, di un disturbo dell’alimentazione definito (Anoressia o Bulimia Nervosa) o indifferenziato (NAS).

 

L’Eating Disorder Inventory (EDI)

Prima di procedere alla descrizione del reattivo, e? importante aver presente la distinzione tra la diagnosi formale di un disturbo dell’alimentazione (DCA) e la valutazione della sintomatologia. L’Eating Disorder Inventory (EDI) non permette una diagnosi specifica ma, piuttosto, e? utile per delineare e misurare, in modo preciso, alcuni tratti psicologici e gruppi di sintomi rilevanti per la comprensione, e il trattamento dei disturbi dell’alimentazione. Nonostante le molteplici prospettive teoriche, e? presente in letteratura un generale accordo sulla maggior parte degli aspetti clinici dei Disturbi del Comportamento Alimentare.

Alcune dei quali - Impulso alla magrezza, Bulimia, Insoddisfazione per il corpo, Inadeguatezza, Perfezionismo, Sfiducia interpersonale, Mancanza di consapevolezza enterocettiva, Paura della maturita?, Ascetismo, Impulsivita? , Insicurezza Sociale - sono rappresentati nelle scale dell’EDI; mentre altri - Depressione, Ansia - non rientrano nella formulazione del questionario, essendo adeguatamente valutati tramite altri strumenti psicometrici.

L’EDI e? una strumento di screening specifico per la valutazione della gravita? della sintomatologia associata ai DCA e, dunque, non e? appropriato diagnosticare i disturbi dell’alimentazione esclusivamente tramite l’EDI o qualche altra scala di autovalutazione.

Il metodo di elezione per diagnosticare un Disturbo del Comportamento Alimentare e? il colloquio clinico orientato secondo i criteri diagnostici del DSM IV o dell’ICD-10.

L’EDI e? un questionario di autovalutazione di sintomi, pensieri e atteggiamenti, comunemente associati all’Anoressia Nervosa e alla Bulimia Nervosa. Il questionario originario, introdotto da Garner nel 1983, era costituito da 64 item, che componevano 8 scale; di queste 3 valutavano gli atteggiamenti e i comportamenti relativi all’alimentazione, al peso e alla forma:

  • Impulso alla magrezza

  • Bulimia

  • Insoddisfazione per il corpo

    le altre 5 scale valutavano costrutti piu? generali, o tratti psicologici clinicamente rilevanti per i DCA:

  • Inadeguatezza

  • Perfezionismo

  • Sfiducia interpersonale

  • Consapevolezza enterocettiva

  • Paura della maturità

La versione attuale dell’EDI (EDI-2, Garner 1991 ), comprende i 64 item originari e, tramite i 27 item addizionali, aggiunge al precedente questionario tre nuove scale:

  • Ascetismo

  • Impulsivita?

  • Insicurezza sociale

Impulso alla magrezza (Drive for Thinness). Questo costrutto, descrive “l’impulso a dimagrire” o la “ricerca incessante di diventare magri” (Bruch 1973, 1982), come l’elemento cardine dei disturbi dell’alimentazione oppure, in antitesi, ”la paura morbosa di diventare grassi “ (Russell 1970), come il centro psicopatologico sia dell’Anoressia che della Bulimia. Un intenso impulso ad essere piu? magri o paura a divenire piu? grassi, e? essenziale per una diagnosi di Anoressia Nervosa o Bulimia Nervosa.

Gli item di questa sottoscala sono 7.Bulimia (Bulimia). La scala della Bulimia, composta da 7

item, valuta la tendenza del soggetto a pensare, e ad avere, attacchi di incontrollabile sovralimentazione (abbuffate).

Insoddisfazione per il corpo (Body dissatisfaction). La scala e? composta da 9 item; misura l’insoddisfazione per la forma del proprio corpo, in generale, e per la dimensione di quelle parti corporee che sono maggiormente coinvolte nei disturbi dell’alimentazione (pancia, cosce, fianchi, natiche). Nonostante questo sia un aspetto facilmente riscontrabile tra le giovani donne, nella sua forma estrema e? considerata un elemento centrale del disturbo anoressico e bulimico. L’insoddisfazione per il corpo costituisce un aspetto del disturbo dell’ immagine corporea, caratteristica dei soggetti affetti da DCA, ed e? generalmente considerata come uno dei maggiori fattori responsabili dell'inizio, e del permanere, dei comportamenti relativi al controllo del peso corporeo.

Inadeguatezza (Ineffectiveness). La scala, costituita da 10 item, valuta i sentimenti di generale inadeguatezza, insicurezza, inutilita?, vuoto e mancanza di controllo sulla propria vita. La Bruch (1962, 1973) descrisse lo “schiacciante senso di incapacita?” come il disturbo che sta alla base dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Questo disturbo ha, praticamente, fatto parte di tutte le formulazioni cliniche sullo sviluppo dei disturbi dell’alimentazione. E’ chiaro che alti punteggi di questa scala sono associati ad un deficit nell’autostima.

Perfezionismo (Perfectionism). La scala, composta da 6 item, valuta la presenza di convinzioni relative all’idea che solo elevati livelli di prestazione sono accettabili per la persona. Il perfezionismo e? un tratto di personalita? caratteristico dei soggetti affetti da DCA, soprattutto sul versante anoressico.

Sfiducia interpersonale (Interpersonal distrust). La scala e? formata da 7 item, e valuta il generale sentimento di alienazione e di riluttanza a formare relazioni strette, e ad esprimere agli altri pensieri o sentimenti.

Consapevolezza Enterocettiva (Interoceptive awareness). La scala, costituita da 10 item, misura il grado di confusione e di incertezza del soggetto, nel riconoscere e rispondere in modo preciso sia agli stati emotivi, sia a certe sensazioni viscerali collegate alla fame e alla sazieta?.

Paura della maturita? (Maturity fears). La scala, composta da 8 item, valuta il desiderio di rifugiarsi nella sicurezza dell’infanzia. Secondo Crisp (1965, 1980), il digiuno diventa il meccanismo per evitare la maturita? psicologica, poiche? ha come risultato il ritorno all’aspetto prepuberale e al relativo stato ormonale, fonte di sollievo dalla turbolenza dell’adolescenza, e dai conflitti all’interno della famiglia.

Ascetismo (Asceticism). La scala, formata da 8 item, misura la tendenza del soggetto a cercare valore attraverso il perseguimento di ideali spirituali, quali l’autodisciplina, l’autonegazione, l’autolimitazione, il sacrificio di se stessi e il controllo dei bisogni del proprio corpo. Tale concetto era frequente nei primi scritti sull’Anoressia Nervosa, ed e? espresso nel concetto di dieta intesa come purificazione, magrezza come virtu?, e digiuno come atto di penitenza.

Impulsivita? (Impulse regulation). Questa scala comprende 11 item; valuta la tendenza del soggetto all’impulsivita?, all’abuso di sostanze, all’imprudenza, all’ostilita?, alla distruttivita? nelle relazioni interpersonali e all’autodistruttivita?. Gli item di questa scala si sovrappongono concettualmente con la scala di Devianza psicopatica (cfr. cap.7) dell’MMPI, che e? in grado di discriminare tra soggetti bulimici e non bulimici.

Insicurezza sociale (Social insicurity). La scala, misura la convinzione che le relazioni sociali siano difficili, insicure, deludenti, infruttuose ed in generale di bassa qualita?. Non e? difficile, infatti, riscontrare in pazienti con disturbi dell’alimentazione un’elevata tendenza a dubitare di se, e a provare infelicita? nelle esperienze sociali, tendenze, queste, che comportano implicazioni per il trattamento. Gli item di questa scala sono 8.

Per la somministrazione dell’EDI occorre un questionario, un foglio di risposta, e un foglio di profilo. Il questionario e? composto da quattro pagine, delle quali la prima contiene domande riguardanti informazioni anagrafiche del soggetto e caratteristiche fisiche (es.: nome, eta?, peso attuale), Il foglio di risposta e? costituito da una sola pagina. Il foglio di profilo fornisce un grafico dei punteggi delle scale, e un elenco dei valori percentili.

L’Eating Disorder Inventory puo? essere somministrato individualmente, o in gruppo, a partire dagli 11 anni, a differenza della versione attuale che prevede invece, un’eta? minima di 12, non essendo le scale provvisorie validate con ragazzi piu? giovani.

 

Le istruzioni, per la compilazione dell’EDI, sono inserite all’interno del questionario, e richiedono al soggetto di esprimere il grado di accordo alle varie affermazioni contenute negli item, indicando con una crocetta una delle sei opzioni di risposta: A = MAI, B = RARAMENTE, C = TALVOLTA, D = SPESSO, E = DI SOLITO, F = SEMPRE .

Durante la somministrazione, occorre informare gli esaminandi che il test misura gli atteggiamenti relativi alle proprie condotte alimentari, che non esistono risposte giuste o sbagliate, che non vi sono limiti di tempo per la compilazione e che la somministrazione deve avvenire senza interferenze esterne; e? quindi, necessario ricordare di non chiedere aiuto per la compilazione del test, tranne quello del somministratore, onde evitare interpretazioni idiosincratiche degli item.

Essendo l’EDI un test strutturato, il somministratore e? tenuto a fornire ogni necessario chiarimento sugli item che possano risultare ambigui, e sulle eventuali domande poste dagli esaminandi.

Occorre infine ricordare ai soggetti che e? importante rispondere a tutti gli item onde evitare l’invalidazione del test, e che devono essere incoraggiati ad esprimere ogni genere di difficolta? durante la compilazione, magari scrivendo i loro commenti sul retro del questionario, nel caso in cui desiderino aggiungere ulteriori informazioni riguardo le loro condotte alimentari.

Ogni scala dell’EDI intende misurare un tratto concettualmente indipendente, e calcolare un punteggio totale - ossia una somma dei punteggi di tutte le scale -, pone seri problemi di interpretazione. Inoltre, tutte le analisi psicometriche si basano sui dati derivanti da protocolli completi in cui nessun item e? stato omesso. Nel caso in cui cio? dovesse accadere, il somministratore puo? decidere se attribuire o meno il punteggio alla scala, in base alla media degli item con risposta, avendo comunque presente che non vi sono studi di validita?, sui punteggi con dati incompleti. I punteggi grezzi cosi? ottenuti, e i relativi ranghi percentili forniti dalle tabelle di conversione, vengono riportati negli appositi spazi del foglio di profilo, che fornisce una visualizzazione grafica delle varie scale, e permette il confronto di tali risultati con i dati normativi, derivati dal gruppo di pazienti con DCA e dal gruppo di controllo.

Sebbene l’EDI sia un valido di screening, occorre tenere presente che i punteggi anomali riscontrati al test, devono essere interpretati alla luce di altre fonti d’informazione riguardanti il soggetto; una giovane ballerina, ad esempio, potrebbe avere nelle scale di Impulso alla magrezza, Bulimia e Insoddisfazione per il corpo, punteggi piu? elevati rispetto al corrispondente gruppo di controllo, e cio? e? probabilmente dovuto all’eccessiva esigenza di magrezza richiesta da tale disciplina. Tuttavia, indipendentemente dal contesto, i punteggi elevati indicano che il soggetto riporta preoccupazioni relative al comportamento alimentare, e alla forma del proprio corpo, e non necessariamente un Disturbo del Comportamento Alimentare o una psicopatologia di tipo anoressico/bulimico. La valutazione clinica dei risultati del test potrebbe condurre a differenti conclusioni; da cui l’importanza di associare un colloquio. In ogni caso, l’EDI e? uno strumento che si presta facilmente al retest, e puo? quindi essere facilmente utilizzato sia per valutare la necessita? di un intervento clinico, sia come indicatore di cambiamento del trattamento in corso. Come tutti gli strumenti di autovalutazione, anche l’EDI puo? essere passibile di distorsioni, minimizzazioni dei sintomi o falsificazioni, producendo cosi? un numero di soggetti che rientrano nella categoria dei falsi negativi.

Per ovviare a tale inconveniente, Strepparava et al. (2003) hanno elaborato, negli ultimi anni, una modifica al sistema di codifica, che conferisce all’EDI-2 una maggiore sensibilita?, e quindi una maggiore utilita? per lo screening precoce dei DCA, permettendo di individuare meglio i soggetti sub-clinici.

 

 

di Marco La Marra e Sara Bisogno.

Estratto da "Il lavoro diagnostico dello Psicologo Clinico" a cura di G. Caviglia, edito da Edizioni Melagrana

 

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